Parafrasi, Analisi e Commento di: "A se stesso" di Giacomo Leopardi


Immagine Giacomo Leopardi
1) Scheda dell'Opera
2) Introduzione
3) Testo e Parafrasi puntuale
4) Parafrasi discorsiva
5) Figure Retoriche
6) Analisi e Commento
7) Confronti
8) Domande e Risposte

Scheda dell'Opera


Autore: Giacomo Leopardi
Titolo dell'Opera: Canti
Prima edizione dell'opera: 1835
Genere: Poesia lirica
Forma metrica: Canzone libera di endecasillabi e settenari alternati con utilizzo irregolare della rima.



Introduzione


"A se stesso" è una delle poesie più celebri di Giacomo Leopardi, scritta nel 1833 e inclusa nei "Canti". Composta in un momento di profonda crisi personale, questa lirica rappresenta uno sfogo amaro e desolato in cui Leopardi esprime il suo disincanto verso la vita e l'esistenza. Rivolta a se stesso, la poesia si presenta come un monologo interiore carico di pessimismo e rassegnazione, riflettendo sulla vanità delle illusioni e sul dolore ineluttabile dell'esistenza umana.

In "A se stesso", Leopardi si confronta con la propria sofferenza e con la consapevolezza che non c'è speranza di felicità o consolazione. La poesia è un addio alle illusioni e agli inganni del cuore, in cui il poeta dichiara la fine di ogni possibile speranza e sogno, accettando l'amara realtà della vita. Il tono è pervaso da una severa autoconsapevolezza, e la lingua è asciutta e incisiva, riflettendo la profondità del disincanto che il poeta prova verso la propria esistenza e il mondo circostante.


Testo e Parafrasi puntuale


1. Or poserai per sempre,
2. Stanco mio cor. Perì l'inganno estremo,
3. Ch'eterno io mi credei. Perì. Ben sento,
4. In noi di cari inganni,
5. Non che la speme, il desiderio è spento.

6. Posa per sempre. Assai
7. Palpitasti. Non val cosa nessuna
8. I moti tuoi, né di sospiri è degna
9. La terra. Amaro e noia
10. La vita, altro mai nulla; e fango è il mondo.

11. T'acqueta omai. Dispera
12. L'ultima volta. Al gener nostro il fato
13. Non donò che il morire. Omai disprezza
14. Te, la natura, il brutto
15. Poter che, ascoso, a comun danno impera,

16. E l'infinita vanità del tutto.
1. Adesso riposerai per sempre in pace
2. cuore mio stremato. È morta anche l'ultima illusione,
3. che a torto io ho ritenuto eterna. È morta. Capisco ora profondamente,
4. che di illusioni dolci in noi,
5. non solo la speranza, ma anche il desiderio è esaurito.

6. Riposa per sempre, molto
7. hai palpitato. Non è valsa a nulla
8. La tua agitazione, e nemmeno così tanti sospiri merita
9. la terra. Solo di amarezza e noia
10. è piena la vita, mai lo fu di altre emozioni, e il mondo non è altro che fango.

11. Calmati adesso. Rassegnati
12. un'ultima volta. Al genere umano il destino
13. non ha donato altro che la morte. Ormai disprezza
14. te, la natura, quel malvagio
15. potere occulto che opera per il male di ognuno di noi,
16. e l'immensa inutilità di ogni cosa.



Parafrasi discorsiva


Adesso riposerai per sempre in pace, cuore mio stremato. È morta anche l'ultima illusione, che a torto io ho ritenuto eterna. È morta. Capisco ora profondamente, che di illusioni dolci in noi, non solo la speranza ma anche il desiderio è esaurito.

Riposa per sempre, molto hai palpitato. Non è valsa a nulla la tua agitazione, e nemmeno così tanti sospiri merita la terra. Solo di amarezza e noia è piena la vita, mai lo fu di altre emozioni e il mondo non è altro che fango. Calmati adesso. Rassegnati un'ultima volta. Al genere umano il destino non ha donato altro che la morte. Ormai disprezza te, la natura, quel malvagio potere occulto che opera per il male di ognuno di noi, e l'immensa inutilità di ogni cosa.


Figure Retoriche


Enjambements: vv. 6-7, vv. 8-9, vv. 11-12, vv. 12-13, vv. 13-14: "Assai / palpitasti", "nulla / la tua agitazione". L'interruzione mette in opposizione "assai" e "nulla" per sottolineare la vanità delle sofferenze, "Dispera / l'ultima volta", "fato / non donò", "Disprezza / te". Si sottolineano le parole chiave legate alla natura matrigna: "disperazione, fato, disprezzo".

Anafore: vv. 1-6, vv. 2-4: "Or poserai per sempre", "Posa per sempre", "Perì l'inganno estremo, / [...] Perì.". La ripetizione enfatizza le parole chiave legate alla morte e la conclusione definitiva di ogni speranza.

Apostrofi: v. 1, v. 2, v. 6, vv. 11-12: "Or poserai per sempre", "stanco mio cor", "Posa per sempre", "T'acqueta omai. Dispera/l'ultima volta". Le figure aprono le tre strofe con l'identico concetto di invito alla quiete per il cuore, destinatario a cui il poeta si rivolge direttamente.

Chiasmi: vv. 11-13: "T'acqueta omai [...] Omai disprezza". Figura che pone una connessione causale: il battito del cuore è inutile perché la natura lo disprezza.

Anacoluti: vv. 7-8: "non val cosa nessuna/i moti tuoi". Viene sottolineata la forza delle emozioni con il plurale in opposizione alla pochezza del vero data dal singolare.

Anastrofi: v. 3, vv. 6-8: "ch'eterno io mi credei", "assai/palpitasti. Non val cosa nessuna/i moti tuoi". Inversioni sintattiche che di nuovo evidenziano l'inutilità delle emozioni di fronte al nulla.

Iperbato: vv. 2-5, vv. 13-16: "Ben sento,/in noi di cari inganni,/non che la speme, il desiderio è spento", "Omai disprezza/te, la natura, il brutto/poter che, ascoso, a comun danno impera,/e l'infinita vanità del tutto.". Frasi complesse che spiegano i concetti espressi nelle frasi semplici e spezzate che aprono le strofe.

Epifrasi: v. 10, v. 16: "e fango è il mondo", "e l'infinita vanità del tutto". Frasi distaccate dal resto del testo che ne ripetono e sintetizzano il tema generale.

Endiadi: v. 10: "Amaro e noia/ la vita". Accostamento di due concetti chiave nella concezione leopardiana dell'esistenza.

Allitterazioni: v. 1, v. 16: ("s","p","r") "Or poserai per sempre", ("t","i") "e l'infinita vanità del tutto". Insistenza su consonanti dure per enfatizzare spezzamenti e amarezza.

Metafore: v. 10: "e fango è il mondo". Paragone che avvilisce la terra allo stato di fango.

Ellissi: vv. 9-10: "Amaro e noia/la vita" (ellissi del verbo essere). Si collegano strettamente a livello di ritmo i due concetti alla natura della vita secondo il poeta.

Poliptoti: vv. 1-6: "Or poserai per sempre...Posa per sempre". Ripetizione del verbo che indica la disperazione presente e senza speranze nel futuro.


Analisi e Commento


Storico-letterario

A se stesso fu composto da Leopardi durante il suo secondo soggiorno a Firenze, nel 1833, e compare solo nella seconda edizione dei Canti del 1835, pubblicata a Napoli. Con Il pensiero dominante, Amore e morte, Consalvo e Aspasia compone il Ciclo di Aspasia, la raccolta poetica che costituisce la terza sezione dei Canti, dedicata alla relazione tra amore e morte. Con lo pseudonimo Aspasia, che si rifà al nome della concubina di Pericle, il poeta si riferisce a Fanny Targioni Tozzetti, nobildonna conosciuta a Firenze, di cui egli, non ricambiato, s'innamorò. A se stesso è la lirica che chiude la serie di componimenti, condensando in una lirica estremamente concisa la disillusione del poeta riguardo alla tematica amorosa, quella che definisce l'ultima illusione di cui egli si era nutrito. I canti raccolgono l'intera produzione poetica di Leopardi (1818-36).

Essi mostrano la stessa evoluzione filosofica nel pensiero dell'autore che si può riscontrare nelle Operette morali o nello Zibaldone. Dai temi delle illusioni giovanili dei Piccoli idilli (1819-21) Leopardi passò alla sperimentazione nei Canti pisano-recanatesi, o Grandi Idilli (1828-31), per tornare alla problematica della "strage delle illusioni" nel Ciclo di Aspasia. In questa fase della sua produzione l'autore abbandona definitivamente le tematiche idilliache e consolatorie proprie della gioventù e inizia a mostrare uno spirito di ribellione ardente verso colei che ritiene responsabile di ogni male degli uomini, la natura matrigna. Tale è la linea guida che lo porterà poi alla composizione di La ginestra, o il fiore del deserto, l'ultima grande lirica leopardiana, scritta poco prima di morire nel 1836. In A se stesso l'amore, come il ricordo, l'infinito, la trascendenza, non è che illusione, caduta la quale altro non vi è nella vita che l'attesa di una morte liberatoria.

Tematico

La lettura di A se stesso è condizionata dalla collocazione della lirica nel Ciclo di Aspasia. La tematica dell'amore non ricambiato non è infatti esplicitamente menzionata nel componimento e deve essere evinta dalle altre poesie che compongono il ciclo. Leopardi, in questa fase della sua carriera poetica, non idea più sezioni in cui si raccolgono liriche con affinità tematica ma tra loro differenziate ma appunto cicli il cui collegamento interno tra i componimenti è quasi narrativo. A se stesso chiude il ciclo di Aspasia e distrugge in maniera laconica le speranze di un'illusione amorosa matura.

La poesia può essere suddivisa in tre strofe regolari accompagnate da un verso finale in epifrasi che ne riassume il senso principale. Con l'apostrofe dei primi due versi ("Or poserai per sempre / stanco mio cor") Leopardi indica il destinatario di tutta la lirica, il proprio cuore, con il quale opera una sorta di scissione per instaurare un dialogo intimo indicato dal "noi" del v.4. Dopo aver menzionato la causa della disillusione nella prima strofa (cioè la morte dell'amore), nella seconda (vv.6-10) il poeta invita il proprio cuore a riposare introducendo il tema principale del componimento: la vanità di ogni emozione e l'inutilità delle illusioni di fronte all'asprezza del mondo, che si disinteressa a loro.

Nella terza strofa, dopo il nuovo invito alla quiete rivolto al cuore nell'apostrofe d'apertura, il discorso già avviato nella seconda viene esteso all'intero genere umano. La delusione amorosa, fatto che dovrebbe essere intimo e personale del poeta, non è che una delle tante illusioni che nutrono e poi abbattono tutti gli esseri umani. È questa una peculiarità della produzione leopardiana più tardiva: se negli idilli giovanili l'infelicità era ciò a cui solo egli stesso si sentiva destinato, nella à più matura egli si sente accomunato nella disperazione all'intera umani. Egli individua la causa del dolore universale nella natura che indica qui come "poter che, ascoso, a comun danno impera" (vv.14-15): una sorta di divinità maligna e oscura che si adopera segretamente a torturare le proprie creature. L'ultimo verso, separato dalla struttura della poesia, è propriamente un'epifrasi in cui "l'infinita vanità del tutto", tema generale della lirica, viene infine esplicitato.

Stilistico

A se stesso è una canzone libera, forma metrica anche detta canzone libera leopardiana poiché fu proprio il poeta di Recanati ad utilizzarla con più frequenza e renderla celebre. Formalmente il componimento si presenta come una strofa unica di 16 versi composta da endecasillabi e settenari. Sono presenti alcune rime ("sento-spento", vv.3-5; "dispera-impera", vv.11-15; "brutto-tutto, vv.14-16), assonanze ("dispera-disprezza", vv.11-13) e un elevato numero di enjambement (vv.6-7-8-9; 11-12-13-14). Sebbene la lirica non abbia ripartizione strofica esplicita, essa è divisibile in tre sezioni aperte da un'apostrofe e concluse dal punto in chiusura di verso (vv.1-5; vv.6-10; vv.11-16). Seguendo questa suddivisione, si evince che l'alternanza di endecasillabi e settenari non è casuale ma segue l'ordine 7-11-11-7-11, fatta eccezione per l'ultima sezione, la quale ripropone lo stesso ordine inserendo però in conclusione un endecasillabo in funzione di epifrasi (v.16), che rompe la simmetria e riassume semanticamente il contenuto dell'intera lirica.

Anche la disposizione degli enjambement è precisamente studiata: essi compaiono regolarmente nei primi quattro versi che compongono la seconda e la terza strofa; non ve ne sono nella prima che comunque risulta ritmicamente spezzata da un utilizzo costante della virgola in chiusura di verso. La sensazione di frantumazione che il poeta vuole conferire è data soprattutto a livello sintattico. Le strofe sono aperte da periodi semplici e brevissimi, anche formati di una sola parola come accade nel v.3, ad esempio ("Perì.") Dopo aver creato questo ritmo in apertura, tutte e tre le strofe presentano dei periodi leggermente più lunghi che spiegano le laconiche affermazioni iniziali. Anche in questo caso, tuttavia, la sensazione di frantumazione è introdotta dall'utilizzo di figure di inversione sintattica come l'iperbato (vv.2-5 o 13-15) o l'anacoluto (vv.7-8). Le allitterazioni di vocali dure come –r-, -p-, o –t- concorrono a definire l'effetto generale della poesia ed appunto una stessa funzione di rottura del ritmo regolare ha l'ultimo verso, che spezza la musicalità costruita in precedenza e conclude con una stonatura ritmica voluta ed esplicita il ritmo poetico.


Confronti


La tematica amorosa in A se stesso e in generale nel Ciclo di Aspasia si definisce in maniera differente rispetto alla prima produzione leopardiana. Ne La sera del dì di festa ad esempio, piccolo idillio composto nel 1820, troviamo la storia di un amore non ricambiato. Si tratta però di un giovanissimo Leopardi che tratta con ironia la propria miseria rispetto alla spensieratezza della ragazza amata, che dorme mentre il poeta languisce solitario per lei nella sua stanza durante la notte. In quel periodo egli considera ancora l'amore come un'illusione consolatoria propria della gioventù. Una piccola evoluzione del pensiero su questo soggetto è riscontrabile nell'ultimo dei piccoli idilli, La vita solitaria (1821), in cui si registra un primo mutamento verso le posizioni che poi saranno sviluppate nelle Operette morali e nei Canti più maturi:

66 [...]: a palpitar si move
67 questo mio cor di sasso: ahi, ma ritorna
68 tosto al ferreo sopor; ch'è fatto estrano
69 ogni moto soave al petto mio.

([...] ricomincia a battere questo mio cuore duro come la pietra: ahi, ma immediatamente torna ad un sonno di piombo ("ferreo sopor"); poiché è un fatto strano ogni movimento dolce per il mio cuore.)

Sebbene anche qui la delusione amorosa sia trattata con autoironia, vediamo che già da questo periodo Leopardi inizia a sentire in sé un "cor di sasso" come vorrebbe fosse quello a cui immaginariamente si rivolge in A se stesso. L'amore per Fanny, situato 12 anni più tardi nella vita del poeta, è invece un amore maturo, la cui delusione è ancora più cocente. L'ironia leopardiana scompare e viene sostituita da una forma quasi di rabbia e rivolta contro la natura. Il richiamo a questa quale soggetto occulto ("ascoso", v.15), che agisce coscientemente per la rovina di ognuno, trova ampie corrispondenze in un abbozzo lirico incompiuto dello stesso periodo, l'Inno ad Arimane, dio della mitologia orientale, in cui Leopardi identifica una forza cosmica residente nel desiderio e nella passione che opera per il male dell'umanità. Si tratta di una posizione ancora più estrema rispetto a quelle che il poeta aveva assunto nelle Operette morali o i Canti pisano-recanatesi: la natura non è più indifferente alle umane sorti, come accadeva ad esempio nel Canto notturno di un pastore errante dall'Asia, ma una forza volutamente ostile all'uomo contro la quale è necessario ribellarsi. Da qui l'invito agli esseri umani ad allearsi in "social catena" contro di essa che compare nella Ginestra, o il fiore del deserto. Questa visione delle cose e del mondo conclude l'itinerario del pensiero leopardiano anticipando le problematiche che saranno proprie della poesia decadente di fine ottocento e inizio novecento. Prendiamo ad esempio il Giovanni Pascoli di X Agosto, che, sulla scorta di Leopardi che chiamava il mondo "fango", lo definisce un "atomo opaco di male" nel verso finale della sua celebre lirica.


Domande e Risposte


A quale sezione dei Canti appartiene A se stesso?
A se stesso fa parte del Ciclo di Aspasia e fu composta a Firenze nel 1833.

Qual è il tema principale della poesia?
Il tema principale della poesia è la fine dell'amore e "l'infinità vanità del tutto".

Chi era Aspasia?
Aspasia fu una cortigiana greca concubina di Pericle.

Chi era la donna di cui Leopardi si innamorò a Firenze?
Il nome della donna era Fanny Targioni Tozzetti e non ricambiò l'amore del poeta.

Qual è la forma metrica della poesia?
A se stesso è una canzone libera di endecasillabi e settenari alternati con utilizzo irregolare della rima.

Quali figure retoriche sono contenute nei celebri versi 9-10 "amaro e noia / la vita; e fango è il mondo"?
Le figure presenti sono un'ellissi del verbo essere e un'epifrasi.

Fonti: libri scolastici superiori

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