Parafrasi, Analisi e Commento di: "O caro padre meo, de vostra laude" di Guido Guinizzelli
1) Scheda dell'Opera
2) Introduzione
3) Testo e Parafrasi puntuale
4) Parafrasi discorsiva
5) Figure Retoriche
6) Analisi e Commento
7) Confronti
8) Domande e Risposte
Scheda dell'Opera
Autore: Guido Guinizzelli
Titolo dell'Opera: Rime
Data: Seconda metà del XIII secolo
Genere: Poesia lirica
Forma metrica: Sonetto di endecasillabi con schema di rime ABAB ABAB (rima alternata) nelle quartine e ACA CAC (rima alternata) nelle terzine.
Introduzione
"O caro padre meo, de vostra laude" è una poesia di Guido Guinizzelli, uno dei più importanti poeti del Dolce Stil Novo. Questa lirica, composta in volgare italiano, è un sonetto in cui l'autore esprime un profondo rispetto e un'affettuosa venerazione per un suo maestro spirituale, che molti critici identificano in Guittone d'Arezzo. Guinizzelli, considerato il precursore dello Stilnovo, manifesta in questa poesia la sua ammirazione per la saggezza e la virtù del suo "padre" intellettuale, celebrando le sue qualità morali e poetiche.
Il sonetto si caratterizza per il tono umile e reverente con cui Guinizzelli si rivolge al maestro, evidenziando il tema della devozione filiale e della gratitudine. Lo stile del poeta è contraddistinto da un uso raffinato del linguaggio e da un'elevata musicalità, tipici dello Stilnovo. Guinizzelli, con questa lirica, conferma il legame tra l'amore cortese e la spiritualità, sottolineando la nobiltà d'animo come tratto distintivo del vero poeta e del saggio.
Testo e Parafrasi puntuale
| 1. O caro padre meo, de vostra laude 2. non bisogna ch'alcun omo se 'mbarchi 3. ché 'n vostra mente intrar vizio non aude, 4. che for de sé vostro saver non l'archi. 5. A ciascun reo sì la porta claude, 6. che, sembr', ha più via che Venezi' ha Marchi; 7. entr' a' Gaudenti ben vostr' alma gaude, 8. ch'al me' parer li gaudii han sovralarchi. 9. Prendete la canzon, la qual io porgo 10. al saver vostro, che l'aguinchi e cimi, 11. ch'a voi ciò solo com' a mastr' accorgo, 12. ch'ell' è congiunta certo a debel' vimi: 13. però mirate di lei ciascun borgo 14. per vostra correzion lo vizio limi. |
1. O mio caro padre [Guittone], nella difficilissima impresa del vostro elogio 2. è meglio che nessun uomo, per quanto ardito, osi imbarcarsi, 3. poiché nessun vizio può osare entrare nella vostra mente, 4. senza che la vostra saggezza non lo colga subito scacciandolo via dal suo cospetto come si scaglia lontano con l'arco una freccia. 5. Essa chiude la porta in faccia a ogni tipo di peccato, 6. che, pare, siano più numerosi fra gli uomini di quanti, a Venezia, portino il nome Marco [molto comune nella città di Venezia], 7. e la vostra anima certo gioisce tra i frati Gaudenti, 8. tanto che a me sembra che le vostre gioie siano quasi troppe. 9. Accogliete la mia canzone, che io porgo 10. alla vostra saggezza, affinché la correggiate e perfezioniate, 11. perché a voi mi rivolgo solo poiché vi vedo come maestro, 12. poiché essa [la canzone] è sostenuta senza alcun dubbio da troppo deboli corde: 13. perciò analizzatela in ogni sua parte, come fosse una città fatta di borgate e quartieri, 14. cosicché ogni imperfezione venga limata dalla vostra correzione. |
Parafrasi discorsiva
O mio caro padre [Guittone], nella difficilissima impresa del vostro elogio è meglio che nessun uomo, per quanto ardito, osi imbarcarsi, poiché nessun vizio può osare entrare nella vostra mente, senza che la vostra saggezza non lo colga subito scacciandolo via dal suo cospetto come si scaglia lontano con l'arco una freccia.
Essa chiude la porta in faccia a ogni tipo di peccato, che, pare, siano più numerosi fra gli uomini di quanti, a Venezia, portino il nome Marco [molto comune nella città di Venezia], e la vostra anima certo gioisce tra i frati Gaudenti, tanto che a me sembra che le vostre gioie siano quasi troppe.
Accogliete la mia canzone, che io porgo alla vostra saggezza, affinché la correggiate e perfezioniate, perché a voi mi rivolgo solo poiché vi vedo come maestro, poiché essa [la canzone] è sostenuta senza alcun dubbio da troppo deboli corde: perciò analizzatela in ogni sua parte, come fosse una città fatta di borgate e quartieri, cosicché ogni imperfezione venga limata dalla vostra correzione.
Figure Retoriche
Anafore: vv. 3-4-6-8-11-12: "che/ché/ch'". Il componimento è costruito sul ripetersi (in leggera variazione) degli incisi ironici che il poeta inserisce in lode verso l'ingegno di Guittone d'Arezzo.
Apostrofi: v. 1: "O caro padre meo".
Il sonetto è indirizzato a Guittone giocando sul duplice significato della parola "padre", riferita sia alla condizione di ecclesiastico di Guittone sia al suo ruolo di predecessore poetico dello stilnovismo.
Enjambements: vv. 1-2, vv. 9-10, vv. 13-14: Le interruzioni creano enfasi sull'umiltà e il concetto di lode per captatio benevolontiae per esagerarne la presenza e renderli quindi sarcastici.
Endiadi: v. 10: "l'aguinchi e cimi". L'insistenza sul doppio termine contorto "sono quasi dei neologismi" crea ironia sull'ingegno di Guittone.
Iperbole: vv. 5-6: "A ciascun reo sì la porta claude,/ che, sembr', ha più via che Venezi' ha Marchi". Si scherza sul tono moralistico della poesia religiosa di Guittone, che condanna gli uomini per i loro più infimi peccati.
Ironia: vv. 7-8, v. 11, v. 12: "entr' a' Gaudenti ben vostr' alma gaude, / ch'al me' parer li gaudii han sovralarchi.". Si crea un doppio senso tra il riconoscimento letterario e mondano che il XIII secolo offriva a Guittone e l'esagerazione delle gioie spirituali e monastiche descritte nella sua poesia, "ch'a voi ciò solo com' a mastr' accorgo,", "congiunta certo a debel' vimi". La professione d'umiltà di Guinizzelli esagera la riverenza verso Guittone, rendendola di fatto uno scherno verso il maestro, dal quale l'allievo si discosta.
Figura etimologica: vv. 7-8: "Gaudenti"-"gaude"-"gaudii". Si crea una contrasto tra l'ordine dei frati Gaudenti, del quale Guittone faceva parte, e la gioia del frate, che derivava però, secondo Guinizzelli, dalla fama di poeta e non dall'esaltazione spirituale.
Metafore: v. 2, v. 4, v. 5, v. 12, vv. 13-14: "se 'mbarchi". La lode di Guittone è un'impresa grande come una traversata oceanica, "archi". L'ingegno di Guittone scaglia lontano da sé il vizio come se lo lanciasse con l'arco, "A ciascun reo sì la porta claude". Il moralismo di Guittone è descritto come quello di un frate che sbarra la porta del convento di fronte a una folla di peccatori che lo insegue, "congiunta certo a debel' vimi". La poesia è descritta come una cesta di vimini mal intrecciata e fragile, "però mirate di lei ciascun borgo / per vostra correzion lo vizio limi.". Le strofe e i versi sono paragonati a quartieri cittadini che nel loro insieme formano una città. Le imperfezioni poetiche che contengono devono essere limate come quelle del legno o del ferro, secondo la metafora oraziana classica del labor limae.
Personificazione: vv. 4-5: "for de sé vostro saver non l'archi. / A ciascun reo sì la porta claude:" l'ingegno di Guittone agisce come essere umano in carne e ossa che scaccia il peccato e l'immoralità.
Analisi e Commento
Storico-letterario
Il tema principale del sonetto O caro padre meo, de vostra laude è da rintracciare nelle tendenze poetiche che nella seconda metà del XIII secolo, l'epoca in cui le Rime di Guinizzelli conoscono miglior fortuna, stanno rivoluzionando la produzione in volgare.
Guido Guinizzelli fu infatti indicato dai grandi esponenti fiorentini del "Dolce Stil Novo", Guido Cavalcanti e soprattutto Dante Alighieri, come precursore e inventore della corrente letteraria cui si accodarono. Tale riconoscimento è testimoniato dall'incontro con il modello che Dante descrive nel XXIV canto del Purgatorio, abbracciandolo e indicandolo come padre e migliore dei poeti del suo genere. Il merito di Guinizzelli stava appunto nel distacco da Guittone d'Arezzo, il poeta maggiormente riconosciuto del XIII secolo, e la canonizzazione della nuova maniera poetica nella celeberrima canzone-manifesto Al cor gentil rempaira sempre amore, in cui il poeta bolognese sviluppava tutti i temi propri dello stilnovismo, dalla gentilezza d'animo all'amore per la donna-angelo.
È appunto il rapporto tra Guinizzelli e Guittone il nucleo tematico di O caro padre meo, de vostra laude. Come Dante fa con Guinizzelli, anche Guinizzelli chiama Guittone "padre" ma è necessario distaccarsi dal senso letterale del componimento per comprendere che la dedica che il poeta rivolge a Guittone ha natura sarcastica. Se Il tono utilizzato, ad una prima lettura, richiama il senso di una sincera lode filiale o comunque di un omaggio intenso e sentito, non può non risaltare agli occhi l'esagerazione dell'encomio che serpeggia per tutti i versi, rendendo di fatto il sonetto una parodia dello stile guittoniano. Guinizzelli e Guittone, oltre ai dissidi letterari, sono due personaggi agli antipodi nel panorama storico che condividono. Guinizzelli fu un fiero e laico ghibellino, Guittone vestiva l'abito di frate gaudente coniugato. Vi è inoltre da considerare che Dante e Cavalcanti si proclamarono eredi del modo di poetare di Guinizzelli ed entrambi abbiano sempre mosso forti critiche allo stile oscuro e contorto di Guittone: non è da scartare l'ipotesi che vede la loro ostilità come un lascito delle critiche già portate da Guinizzelli allo stile del poeta aretino.
Tematico
Scegliendo di interpretare il componimento in chiave parodica, esso prende l'aspetto di un sirventese morale (dal provenzale sirvent, mercenario al soldo di un feudatario). Si tratta di una forma poetica diffusa tra Duecento e Trecento in cui sotto una patina di elogio sperticato si nasconde una satira mordace, la cui efficacia sta nel non essere immediata ma veicolata da figure ambigue come l'ironia e il sarcasmo.
Già l'apostrofe iniziale "O caro padre meo" nasconde una forte vena sarcastica e accusatoria: nelle quartine Guinizzelli gioca sull'ambivalenza del significato dei concetti di vizio e gioia, legate sia all'estro poetico che alla condotta morale di Guittone. Poeta acclamato anche per la predicazione morale contenuta nei suoi versi, il frate aretino viene accusato attraverso un'ironica figura etimologica (vv. 7-8 "Gaudenti"-"gaude"-"gaudii") di bearsi non delle gioie spirituali della vita monastica ma di quelle ben più mondane della gloria poetica, della ricchezza e del potere. Sul giudizio impietoso espresso da Guinizzelli pesavano anche le frequenti accuse verso l'ordine dei frati gaudenti, che non si distingueva certo per morigeratezza e virtù*. Spinto anche da faziosità di natura politica, Guinizzelli sta sottintendendo che personaggi come Guittone siano il miglior esempio di ipocrisia e ambiguità, frati che ostentano il proprio rigore morale mentre si crogiolano privatamente nel vizio e la ricchezza.
Nelle terzine il discorso di Guinizzelli si sposta propriamente sulla diatriba letteraria. Il poeta sottopone sarcasticamente i suoi versi a Guittone come un allievo farebbe con un maestro, pregandolo umilmente di correggere i deboli legami che tengono insieme il sonetto (v. 12). È qui che si concretizza la critica allo stile arcaico e contorto del predecessore: la metafora della limatura degli ultimi due versi richiama infatti il concetto classico del labor limae, formulato dal grande poeta latino Orazio, per cui è dovere dei poeti lavorare alacremente alla raffinatura dei versi e la loro musicalità, così da rendere perfette le composizioni. È la mancanza di attenzione verso questa attività che rende ostica la poesia guittoniana secondo Guinizzelli, che è invece il fautore delle rime "dolci" dello Stil Novo. Ironicamente, allora, ritenendosi migliore del rivale, in veste di allievo gli chiede di svolgere un lavoro che non ritiene possa essere alla portata delle sue capacità poetiche.
*. L'ordine dei frati gaudenti era un ordine religioso fondato intorno all'anno 1260 a Bologna e sorto col fine di estendere il più possibile l'esperienza spirituale dei nuovi movimenti religiosi, soprattutto francescani e domenicani, alla massa dei laici. L'ordine, riconosciuto da papa Urbano IV, ben presto degenerò; molti membri rivestirono cariche politiche, con una condotta poco ammirevole. Guittone entrò a far parte dell'ordine nel 1265.
Stilistico
Dal punto di vista metrico, O caro padre meo, de vostra laude è un sonetto di endecasillabi in rima alternata ABAB ABAB CDC DCD. Guinizzelli fu uno dei primi poeti italiani a utilizzare il sonetto, che, dopo il passaggio attraverso l'ulteriore e specifica elaborazione formale che gli conferirono Dante e soprattutto Petrarca, divenne uno dei generi caratteristici e tradizionali della poesia italiana.
Dal punto di vista sintattico, come spesso accade in Guinizzelli, lo stile adottato è semplice e l'andamento del periodo coincide con quello dei versi. Fanno eccezione alcuni enjambements (vv. 1-2; vv. 9-10; vv. 13-14), la cui funzione sta appunto nel creare sospensione sulle esagerate professioni di umiltà da parte dell'autore e rivelare l'ironia sottostante all'elogio che i versi affermano letteralmente. Il falso encomio viene ulteriormente enfatizzato da un utilizzo insistito dell'anafora di "che/ché/ch'" (vv. 3-4-6-8-11-12), la quale introduce una serie di incisi esplicativi in cui vengono esposti gli attributi ipocriti e contraddittori attraverso i quali il poeta si prende gioco di Guittone.
Le scelte contorte e complesse compiute da Guinizzelli a livello semantico e lessicale per cui vediamo alternati termini quasi cacofonici ("archi", "sovralarchi", "aguinchi", ecc), latinismi (v. 3 "aude"; v. 12 "vimi") e iperboli (vv. 5-6: "A ciascun reo sì la porta claude,/ che, sembr', ha più via che Venezi' ha Marchi"), suonano come una parodia tanto dello stile di Guittone d'Arezzo che del contenuto dei suoi componimenti, incentrato sugli ammonimenti che il frate rivolgeva alla condotta morale degli esseri umani. Guinizzelli abbandona perciò i principi dello stilnovismo ed imita polemicamente sia l'utilizzo scriteriato di termini appartenenti a più registri, che egli ritiene evidentemente sgraziato, sia il fanatismo religioso ostentato dal rivale.
Confronti
O caro padre meo, de vostra laude colse il bersaglio che Guinizzelli si era proposto e suscitò una altrettanto sarcastica risposta di Guittone. Il componimento Figlio mio dilettoso, in faccia laude chiama in causa il fondatore del «Dolce stile».
Figlio mio dilettoso, in faccia laude
non con discrezion, sembrame, m'archi;
lauda sua volonter non saggio l'aude,
se tutto laudator giusto ben marchi.
(Mio tenero figliolo, mi sembra che tu mi rovesci davanti agli occhi lodi con troppa poca discrezione; l'uomo saggio non osa ascoltare con diletto il proprio elogio, benché colui che lo loda non sbagli affatto nel farlo)
Considerando se stesso al di sopra del giovane poeta che lo accusa, Guittone adotta in questo sonetto un tono paternale attraverso il quale dimostra di essersi accorto benissimo dell'irriverenza di Guinizzelli decidendo però apparentemente di ignorarla. In realtà, Guittone si profonde anche lui in un sarcasmo per cui accetta Guinizzelli come "figlio dilettoso" ma nel contempo lo accusa di presunzione e vanità. La disputa tra stilnovisti e guittoniani tiene banco per tutta la parte conclusiva del Duecento e si concluderà con la definitiva affermazione del Dolce Stil Novo sulla scena letteraria, anche grazie all'immensa opera di Dante. È nella Commedia che il poeta fiorentino riproduce questa schermaglia, dialogando nel Purgatorio (XXVI) con Bonagiunta Orbicciani, difensore dei principi della poesia guittoniana, e definendo lo stile adottato da se stesso "dolce" e "novo" rispetto alla maniera in cui si faceva poesia in volgare nel corso del XIII secolo ormai al tramonto.
Il passaggio dal guittonismo allo stilnovismo è un momento chiave nella storia della letteratura italiana. La raffinazione del volgare verso la "dolcezza" è ciò che dà luogo a un'elaborazione studiata che approderà poi alla nascita della nostra lingua nazionale: si tratta perciò di un momento di passaggio, in cui capita spesso nascano dispute su quale sia il migliore utilizzo dello strumento poetico ed è interessante vedere come in molti di questi casi si ricorra all'utilizzo dell'ironia per screditare i propri avversari. Nella storia della letteratura italiana successiva, troviamo le stesse dinamiche nel passaggio epocale dal classicismo al romanticismo a cavallo tra XVIII e XIX secolo. Il manifesto del romanticismo italiano è spesso indicato nella Lettera semiseria di Grisostomo al suo figliolo di Giovanni Berchet, nella quale dopo aver elogiato le letture romantiche del figlio, Grisostomo, alter-ego dell'autore, lo esorta a riprendere la lettura dei classici. In realtà, la ritrattazione finale è ciò che rende "semiseria" la lettera di Berchet: si tratta appunto di una forma di ironia che schernisce implicitamente, come fa Guinizzelli con il guittonismo, i principi della vecchia letteratura e promuove quelli della nuova come cardine per gli sviluppi del futuro.
Domande e Risposte
Di quale raccolta fa parte la lirica?
La lirica fa parte delle Rime di Guido Guinizzelli (XIII sec.)
Qual è il tema principale del componimento?
Il tema principale del componimento è la critica sarcastica della poesia di Guittone d'Arezzo.
Qual è la forma metrica della poesia?
O caro padre meo, de vostra laude è un sonetto di endecasillabi in rima alternata ABAB ABAB CDC DCD.
Di quale corrente letteraria Guinizzelli è considerato il precursore?
Guinizzelli è considerato il precursore del Dolce Stil Novo.
In quale componimento Guittone risponde a Guinizzelli?
Guittone rispose a Guinizzelli con il sonetto Figlio mio dilettoso, in faccia laude.
A quale fazione politica apparteneva Guinizzelli?
Guinizzelli apparteneva alla fazione laica e ghibellina.
Fonti: libri scolastici superiori

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