Parafrasi e Analisi: "Canto IV" - Purgatorio - Divina Commedia - Dante Alighieri


Immagine Dante Alighieri
1) Scheda dell'Opera
2) Introduzione
3) Testo e Parafrasi
4) Riassunto
5) Figure Retoriche
6) Personaggi Principali
7) Analisi ed Interpretazioni
8) Passi Controversi

Scheda dell'Opera


Autore: Dante Alighieri
Prima Edizione dell'Opera: 1321
Genere: Poema
Forma metrica: Costituita da tre versi di endecasillabi. Il primo e il terzo rimano tra loro, il secondo rima con il primo e il terzo della terzina successiva.



Introduzione


Il Canto IV del Purgatorio ha ricevuto, nel corso dei secoli, valutazioni molto diverse. Alcuni lo hanno ritenuto meno incisivo rispetto al precedente, caratterizzato dalla figura imponente di Manfredi. Al contrario, in tempi più recenti, alcuni studiosi hanno rivalutato questo canto, mettendone in evidenza la varietà stilistica, con un passaggio dal registro dottrinale iniziale a toni più colloquiali nella seconda parte, e un'unità narrativa particolarmente solida.
Collocato nell'Antipurgatorio, il Canto IV si articola in due sezioni principali:
La prima, di carattere dottrinale, in cui Dante affronta le teorie platoniche e averroistiche sulla triplice natura dell'anima, sostenendo invece l'unità della stessa. Di conseguenza, l'anima, quando i sensi sono impegnati, non percepisce il trascorrere del tempo.
La seconda, che narra il dialogo tra Dante e l'amico Belacqua, il quale spiega al poeta che dovrà aspettare all'ombra di un masso per un periodo pari alla durata della sua vita terrena prima di poter accedere al Purgatorio.
Queste due sezioni contribuiscono a un tema centrale: la riflessione sullo scorrere del tempo, vero fulcro del Canto IV.


Testo e Parafrasi


Quando per dilettanze o ver per doglie,
che alcuna virtù nostra comprenda,
l'anima bene ad essa si raccoglie,

par ch'a nulla potenza più intenda;
e questo è contra quello error che crede
ch'un'anima sovr' altra in noi s'accenda.

E però, quando s'ode cosa o vede
che tegna forte a sé l'anima volta,
vassene 'l tempo e l'uom non se n'avvede;

ch'altra potenza è quella che l'ascolta,
e altra è quella c'ha l'anima intera:
questa è quasi legata e quella è sciolta.

Di ciò ebb' io esperïenza vera,
udendo quello spirto e ammirando;
ché ben cinquanta gradi salito era

lo sole, e io non m'era accorto, quando
venimmo ove quell' anime ad una
gridaro a noi: «Qui è vostro dimando».

Maggiore aperta molte volte impruna
con una forcatella di sue spine
l'uom de la villa quando l'uva imbruna,

che non era la calla onde salìne
lo duca mio, e io appresso, soli,
come da noi la schiera si partìne.

Vassi in Sanleo e discendesi in Noli,
montasi su in Bismantova e 'n Cacume
con esso i piè; ma qui convien ch'om voli;

dico con l'ale snelle e con le piume
del gran disio, di retro a quel condotto
che speranza mi dava e facea lume.

Noi salavam per entro 'l sasso rotto,
e d'ogne lato ne stringea lo stremo,
e piedi e man volea il suol di sotto.

Poi che noi fummo in su l'orlo suppremo
de l'alta ripa, a la scoperta piaggia,
«Maestro mio», diss' io, «che via faremo?».

Ed elli a me: «Nessun tuo passo caggia;
pur su al monte dietro a me acquista,
fin che n'appaia alcuna scorta saggia».

Lo sommo er' alto che vincea la vista,
e la costa superba più assai
che da mezzo quadrante a centro lista.

Io era lasso, quando cominciai:
«O dolce padre, volgiti, e rimira
com' io rimango sol, se non restai».

«Figliuol mio», disse, «infin quivi ti tira»,
additandomi un balzo poco in sùe
che da quel lato il poggio tutto gira.

Sì mi spronaron le parole sue,
ch'i' mi sforzai carpando appresso lui,
tanto che 'l cinghio sotto i piè mi fue.

A seder ci ponemmo ivi ambedui
vòlti a levante ond' eravam saliti,
che suole a riguardar giovare altrui.

Li occhi prima drizzai ai bassi liti;
poscia li alzai al sole, e ammirava
che da sinistra n'eravam feriti.

Ben s'avvide il poeta ch'ïo stava
stupido tutto al carro de la luce,
ove tra noi e Aquilone intrava.

Ond' elli a me: «Se Castore e Poluce
fossero in compagnia di quello specchio
che sù e giù del suo lume conduce,

tu vedresti il Zodïaco rubecchio
ancora a l'Orse più stretto rotare,
se non uscisse fuor del cammin vecchio.

Come ciò sia, se 'l vuoi poter pensare,
dentro raccolto, imagina Sïòn
con questo monte in su la terra stare

sì, ch'amendue hanno un solo orizzòn
e diversi emisperi; onde la strada
che mal non seppe carreggiar Fetòn,

vedrai come a costui convien che vada
da l'un, quando a colui da l'altro fianco,
se lo 'ntelletto tuo ben chiaro bada».

«Certo, maestro mio», diss' io, «unquanco
non vid' io chiaro sì com' io discerno
là dove mio ingegno parea manco,

che 'l mezzo cerchio del moto superno,
che si chiama Equatore in alcun' arte,
e che sempre riman tra 'l sole e 'l verno,

per la ragion che di', quinci si parte
verso settentrïon, quanto li Ebrei
vedevan lui verso la calda parte.

Ma se a te piace, volontier saprei
quanto avemo ad andar; ché 'l poggio sale
più che salir non posson li occhi miei».

Ed elli a me: «Questa montagna è tale,
che sempre al cominciar di sotto è grave;
e quant' om più va sù, e men fa male.

Però, quand' ella ti parrà soave
tanto, che sù andar ti fia leggero
com' a seconda giù andar per nave,

allor sarai al fin d'esto sentiero;
quivi di riposar l'affanno aspetta.
Più non rispondo, e questo so per vero».

E com' elli ebbe sua parola detta,
una voce di presso sonò: «Forse
che di sedere in pria avrai distretta!».

Al suon di lei ciascun di noi si torse,
e vedemmo a mancina un gran petrone,
del qual né io né ei prima s'accorse.

Là ci traemmo; e ivi eran persone
che si stavano a l'ombra dietro al sasso
come l'uom per negghienza a star si pone.

E un di lor, che mi sembiava lasso,
sedeva e abbracciava le ginocchia,
tenendo 'l viso giù tra esse basso.

«O dolce segnor mio», diss' io, «adocchia
colui che mostra sé più negligente
che se pigrizia fosse sua serocchia».

Allor si volse a noi e puose mente,
movendo 'l viso pur su per la coscia,
e disse: «Or va tu sù, che se' valente!».

Conobbi allor chi era, e quella angoscia
che m'avacciava un poco ancor la lena,
non m'impedì l'andare a lui; e poscia

ch'a lui fu' giunto, alzò la testa a pena,
dicendo: «Hai ben veduto come 'l sole
da l'omero sinistro il carro mena?».

Li atti suoi pigri e le corte parole
mosser le labbra mie un poco a riso;
poi cominciai: «Belacqua, a me non dole

di te omai; ma dimmi: perché assiso
quiritto se'? attendi tu iscorta,
o pur lo modo usato t'ha' ripriso?».

Ed elli: «O frate, andar in sù che porta?
ché non mi lascerebbe ire a' martìri
l'angel di Dio che siede in su la porta.

Prima convien che tanto il ciel m'aggiri
di fuor da essa, quanto fece in vita,
per ch'io 'ndugiai al fine i buon sospiri,

se orazïone in prima non m'aita
che surga sù di cuor che in grazia viva;
l'altra che val, che 'n ciel non è udita?».

E già il poeta innanzi mi saliva,
e dicea: «Vienne omai; vedi ch'è tocco
meridïan dal sole e a la riva

cuopre la notte già col piè Morrocco».
Quando su gioie o su dispiaceri,
che qualche nostra facoltà accoglie in sé,
la nostra anima si concentra completamente,

appare allora chiaro che non riesce più ad occuparsi di nessuna
altra funzione; e ciò è contrario a quel modo sbagliato di
credere che in noi esistano più anime sovrapposte tra loro.

Perciò, quando si ascolta o si vede qualcosa
che attrae fortemente l'anima a sé,
il tempo passa senza che l'uomo se ne accorga;

perché la potenza intellettiva, che ascolta e vede, è una, ed è
un'altra, la potenza sensitiva, quella che occupa l'anima intera:
la prima è legata all'anima, l'altra le è invece separata, quindi non attiva.

Di questo fenomeno io ho avuto un diretta esperienza,
ascoltando lo spirito di Manfredi e meravigliandomi delle sue
parole; dal momento che ben di cinquanta gradi era salito

in cielo il sole, senza che io me ne accorgessi, quando
giungemmo in un luogo in cui quelle anime all'unisono
ci gridarono: "Questo è il luogo che ci avete chiesto".

Un'apertura di dimensioni maggiori spesso viene ricoperta
con un mucchietto di pruni spinosi
dal contadino, quando l'uva comincia a maturare,

rispetto al sentiero per il quale cominciò a salire
la mia guida, ed io dietro a lui, e rimanemmo così soli,
non appena la schiera di anime si allontanò da noi.

A San Leo si sale ed a Noli si scende,
sui monti Bismantova e Cacume ci si arrampica
soltanto a piedi; ma in quel punto bisognava volare;

intendo volare con le veloci ali piumate
del desiderio di purificazione, dietro a quel condottiero
che mi dava speranza e mi illuminava la strada.

Salivamo attraverso quello stretto sentiero scavato nella
roccia, stretti da ogni parte dalle sue pareti laterali, ed
il fondo era tanto ripido da richiedere l'uso di mani e piedi per salire.

Non appena fummo arrivati al limite superiore
dell'alto pendio, su una spianata scoperta,
chiesi a Virgilio: "Mio maestro, che direzione prenderemo adesso?"

E lui mi rispose: "Nessun tuo passo sia in discesa, sali;
continua a procedere verso l'alto stando dietro a me,
finché non avremo incontrato qualcuno che sappia guidarci."

La sommità del monte si trovava tanto in alto da non poter
essere vista, e l'inclinazione del pendio molto superiore
ai quarantacinque gradi.

Ero oramai affaticato e cominciai pertanto a dire:
"Mio caro padre, voltati a guardare
come resto distanziato da te se non ti fermi un momento."

Mi disse lui "Figliolo mio, arrampicati fino a qui",
indicandomi un luogo pianeggiante poco più in alto,
che girava intorno a tutto quel lato del monte.

Le parole della mia guida mi incitarono a tal punto
che avanzai a carponi dietro a lui con gran fatica,
fintanto che non arrivai ad avere sotto i piedi il ripiano.

Ci sedemmo lì entrambi
volgendoci ad Est, da dove eravamo saliti,
direzione verso la quale porta bene guardare.

Dapprima rivolsi lo sguardo in basso verso la spiaggia;
dopo li alzai verso il sole, e mi meravigliai di vedere
che i suoi raggi ci colpivano da sinistra.

Si rese ben conto il poeta Virgilio del fatto che stavo
rivolto, immobile per lo stupore, verso il sole,
che passava tra noi ed il Nord.

Mi disse pertanto: "Se Castore e Polluce, la costellazione dei
Gemelli, si trovassero in compagnia del sole, che illumina
con la sua sua luce entrambi gli emisferi della terra,

tu vedresti la parte più rossa dello Zodiaco, quella con il sole,
ruotare vicino all'orsa Maggiore e Minore,
se non uscisse dal suo eterno corso.

Come possa accade ciò che vedi ora, se vuoi provare a
pensarci, concentrati bene e prova ad immaginare che
Gerusalemme e questo monte stanno sulla terra

in modo tale che entrambi hanno un solo orizzonte
anche se emisferi diversi; perciò il percorso del sole, la strada
che Fetonte non fu capace di percorrere, con suo danno,

vedrai ora come debba procedere verso questo monte
da una parte, quando procede verso Gerusalemme dall'altro,
se la tua intelligenza si concentra al punto da vedere chiaramente la verità."

Risposi io a lui: "Certo, mio maestro, non
ho mai visto così chiaro come vedo adesso, proprio
su una questione per cui la mia mente sembrava insufficiente,

che il cerchio mediano del moto celeste, che
viene chiamato Equatore dall'astronomia, e la cui posizione
è sempre a metà tra il sole e l'emisfero in cui è inverno,

per la ragione che mi hai spiegato, dista da noi
verso il Nord, tanto quanto gli Ebrei di Gerusalemme
lo vedono distante guardando a Sud.

Ma sei hai il piacere di dirmelo, vorrei molto volentieri
sapere per quanto dobbiamo ancora salire; perché il monte si
innalza in cielo più di quanto possano fare i miei occhi."

Mi rispose allora Virgilio: "Questo monte ha una fisionomia
tale da risultare molto difficile da scalare nella sua prima parte;
ma quanto più si sale in alto, tanto minore sarà la difficoltà.

Perciò, quando la salita ti sembrerà tanto piacevole
che l'arrampicarti ti risulterà tanto facile
quanto lo è il navigare seguendo la corrente,

allora saprai di essere giunto alla fine di questo sentiero;
aspetta di essere a quel punto per riposarti delle fatiche.
Non so dirti altro, ma sono certo di ciò ti ho appena rivelato."

E non appena Virgilio ebbe completato il suo discorso,
una voce risuonò vicino a noi: "Forse
avrai bisogno di sederti prima di aver raggiunto la vetta!"

Nell'udire queste parole, ci voltammo entrambi
e vedemmo alla nostra sinistra un grande masso
del quale non ci eravamo accorti prima né io né Virgilio.

Ci avvicinammo al macigno; e lì vidimo delle anime
che sostavano all'ombra del masso,
nell'atteggiamento tipico che l'uomo assume per pigrizia.

E una di loro, che all'apparenza sembrava stanca,
si abbracciava le ginocchia stando seduta,
e tra di esse vi nascondeva il viso.

Dissi allora a Virgilio "Mia dolce guida, guarda
quello spirito che mostra più apatia
di quanta ne potrebbe avere se la pigrizia fosse sua sorella."

Allora quell'anima rivolse lo sguardo verso di noi e ci guardò
con attenzione, sollevando il viso appoggiato sulla coscia,
e disse: "Sali pure tu, che sei così bravo!"

Riuscii allora a riconoscerlo, e quell'affanno
che mi accelerava ancora il respiro,
non mi impedì comunque di andare da lui; e dopo

che l'ebbi raggiunto, lui alzò a fatica la testa
e mi disse: "Hai ben compreso il motivo per cui il sole
sale in cielo da sinistra?"

I suoi movimenti pigri e le sue poche parole
mi spinsero ad un piccolo sorriso;
poi cominciai a dire: "Belacqua, non mi dispiace

oramai più per te, dal momento che ti vedo qui; ma dimmi:
perché te ne stai qui seduto? Stai forse aspettando una guida,
oppure hai semplicemente ripreso la tua vecchia abitudine?"

Mi rispose lui: "Fratello, a che cosa mi può servire salire?
Dal momento che non mi lascerebbe entrare, a subire i
tormenti dell'espiazione, l'Angelo di Dio che sta a guardia della porta del Purgatorio.

Prima che io entri in Purgatorio, è necessario che il cielo si
muova intorno a me, mentre sto fuori dalla porta, tante volte
quanti furono i miei anni di vita, poiché rimandai agli ultimi istanti il mio pentimento,

a meno che non mi aiuti ad entrare prima una preghiera
che, recitata da un'anima in grazia di Dio, salga fino al cielo;
un'altra preghiera a che servirebbe, non venendo ascoltata in Cielo?

Ma già il poeta Virgilio ricominciava a salire
e mi diceva: "Seguimi dai; vedi
che il sole è già sul meridiano e che la costa

del Marocco sta già per essere coperta dall'orlo della notte."



Riassunto


Salita al primo balzo (vv. 1-54)
Le parole di Manfredi hanno profondamente catturato l'attenzione di Dante, al punto che egli non si è reso conto di quanto velocemente il tempo sia passato. Quando il sole è già alto nel cielo, i due poeti, accompagnati dal gruppo degli scomunicati, giungono al punto di accesso alla ripida scarpata. Rimasti soli, Dante e Virgilio iniziano a salire un sentiero angusto e molto ripido; per avanzare, l'impegno di mani e piedi non basta, ed è necessario farsi guidare dall'ardente desiderio. Con grande fatica, raggiungono infine il ripiano che cinge la montagna, dove si siedono per riprendere le forze.

Il movimento del sole nell'emisfero australe (vv. 55-84)
Dante, inizialmente con lo sguardo rivolto verso il basso, alza poi gli occhi al cielo e si accorge che il sole si muove verso sinistra invece che verso destra. Virgilio, notando lo stupore del suo discepolo, gli chiarisce che si trovano ora nell'emisfero australe, sul monte che è agli antipodi di Gerusalemme. Essendo entrambi i luoghi equidistanti dall'equatore, il sole appare alla sinistra per gli abitanti dell'emisfero meridionale, mentre agli abitanti dell'altro emisfero appare sulla destra.

Le caratteristiche del monte del Purgatorio (vv. 85-96)
Non riuscendo a scorgere la cima del monte, Dante domanda a Virgilio quanta strada debbano ancora percorrere. Il maestro lo rassicura spiegandogli che, man mano che si avanza in Purgatorio, la salita diventa sempre meno faticosa. Il momento in cui ci si accorgerà di essere giunti alla meta sarà quando il cammino risulterà leggero e gradevole.

Incontro con Belacqua (vv. 97-139)
Un suono improvviso cattura l'attenzione dei due poeti. Voltandosi, vedono due anime distese pigramente dietro un masso. Avvicinandosi, Dante nota uno spirito che si mostra particolarmente indolente. Si tratta di Belacqua, un suo vecchio amico. Il suo atteggiamento e il tono ironico delle sue parole suscitano un sorriso in Dante, che gli chiede come mai si trovi ancora ai piedi del monte. Belacqua risponde che ha tardato a pentirsi e ora è costretto ad attendere in quel luogo per un tempo pari alla durata della sua vita, a meno che le preghiere dei vivi non intervengano per ridurre la sua permanenza.


Figure Retoriche


vv. 5-6: "Che crede / ch'un'anima": Enjambement.
v. 7-8: "O vede / che tegna forte": Enjambement.
v. 15: "Salito era": Anastrofe.
vv. 15-16: "Salito era / lo sole": Enjambement.
vv. 16-17: "Quando venimmo": Enjambement.
vv. 19-24: "Maggiore aperta molte volte impruna con una forcatella di sue spine l'uom de la villa quando l'uva imbruna, che non era la calla onde saline lo duca mio, e io appresso, soli, come da noi la schiera si partìne": Similitudine.
vv. 28-29: "Con le piume / del gran disio": Enjambement.
v. 48: "Il poggio tutto gira": Anastrofe.
vv. 58-59: "Stava / stupido": Enjambement.
v. 59: "Carro de la luce": Perifrasi. Per indicare il sole.
vv. 62-63: "Specchio che sù e giù del suo lume conduce": Perifrasi. Per indicare il sole.
v. 69: "In su la terra stare": Anastrofe.
vv. 76-83: "Unquanco non vid'io chiaro sì com'io discerno là dove mio ingegno parea manco, che 'l mezzo cerchio del moto superno, che si chiama Equatore in alcun'arte, e che sempre riman tra 'l sole e 'l verno, per la ragion che di', quinci si parte verso settentrion": Similitudine.
vv. 77-78: "Discerno / là dove": Enjambement.
v. 81: "Tra 'l sole e 'l verno": Metonimia.
v. 82-83: "Si parte / verso settentrion": Enjambement.
v. 84: "Calda parte": Anastrofe perifrasi. Cioè "la zona calda", per indicare il sud.
vv. 85-86: "Volontier saprei / quanto": Enjambement.
vv. 92-93: "Che sù andar ti fia leggero com'a seconda giù andar per nave": Similitudine.
v. 95: "Di riposar l'affanno aspetta": Anastrofe.
v. 104-105: "Stavano a l'ombra dietro al sasso come l'uom per negghienza a star si pone": Similitudine.
v. 105: "Per negghienza a star si pone": Anastrofe.
v. 108: "'l viso": Sineddoche. La parte per il tutto, il viso anziché la testa.
vv. 117-118: "E poscia / ch'a lui": Enjambement.
vv. 123-124: "Non dole / di te": Enjambement.
v. 124-125: "Assiso quiritto se'": Anastrofe.
v. 126: "Lo modo usato": Anastrofe.
vv. 138-139: "A la riva / cuopre": Enjambement.


Personaggi Principali


Belacqua è il personaggio centrale del Canto IV del Purgatorio, una figura avvolta nel mistero e di cui si conoscono pochi dettagli certi. Secondo i primi commentatori della Commedia, tra cui l'Anonimo Fiorentino, Belacqua potrebbe essere identificato con Duccio Bonavia, soprannominato Belacqua, un liutaio fiorentino amico di Dante, noto per la sua indolenza. Si racconta che Bonavia, vissuto fino al 1302 circa, giustificasse spesso la propria pigrizia citando Aristotele con l'espressione: «sedendo et quiescendo anima efficitur sapiens».

Pur trattandosi di un personaggio marginale, Dante lo include con una duplice finalità: illustrare la pena riservata agli accidiosi e introdurre il tema della pazienza come virtù essenziale per affrontare il percorso penitenziale verso la Grazia divina. Attraverso il tono confidenziale e leggero con cui è descritto, Belacqua diventa una guida preziosa, offrendo spunti significativi per il viaggio spirituale di Dante e, per estensione, del lettore.

Curiosità: Dante sembrerebbe aver scherzato amichevolmente sull'indolenza dell'amico Duccio Bonavia.


Analisi ed Interpretazioni


Belacqua nel Canto IV del Purgatorio
Il protagonista del Canto IV del Purgatorio è Belacqua, un'anima che incarna il tema della negligenza. Questo personaggio, spesso identificato dai primi commentatori della Commedia con Duccio Bonavia, un liutaio fiorentino amico di Dante, è ricordato per la sua pigrizia proverbiale. Si narra che giustificasse la propria indolenza citando Aristotele: «sedendo et quiescendo anima efficitur sapiens».

Le anime del Canto IV condividono una colpa comune: aver rimandato a lungo il pentimento e la ricerca di Dio. La loro pena riflette la legge del contrappasso: sono costrette ad attendere, sedute e immobili all'ombra di un grosso masso, un tempo pari alla durata della loro vita terrena, prima di poter iniziare il cammino di espiazione nel Purgatorio. Questa attesa rappresenta un periodo di riflessione e purificazione, dove l'immobilità delle anime simboleggia il loro stato interiore, ancora appesantito dal peccato.

La legge del Purgatorio
Nel contesto del Purgatorio, lo spazio fisico della montagna riflette il percorso interiore delle anime. La salita, inizialmente faticosa, diventa progressivamente più agevole man mano che l'anima si libera dal peso del peccato, acquisendo una leggerezza che culmina nell'ascesa verso il Paradiso. Questa "legge" del Purgatorio, spiegata da Virgilio a Dante, rappresenta l'allegoria del cammino morale: solo affrontando sacrifici e superando difficoltà si può raggiungere la virtù.

Durante il viaggio, Dante dimostra una crescente consapevolezza intellettuale e morale. Già in questo Canto, per la prima volta, egli si pone sullo stesso piano della guida Virgilio, partecipando attivamente al dialogo e offrendo riflessioni personali. Questo processo culminerà nell'Eden, dove Dante sarà riconosciuto come padrone di sé stesso.

Incontro con Belacqua
La seconda parte del Canto è caratterizzata dall'incontro con Belacqua, descritto con un tono ironico e nostalgico. L'anima pigra accoglie Dante con sarcasmo, osservando che prima di giungere alla cima della montagna il poeta avrà bisogno di sedersi, come a sottolineare la fatica del percorso. L'ironia di Belacqua, rivolta sia a Dante sia a sé stesso, contrasta con la serietà del tema trattato: egli sa bene che il tempo è un elemento cruciale in questo regno, eppure rimane immobile, accettando il contrappasso come parte del suo destino.

Belacqua rappresenta una figura controversa. Alcuni lo interpretano come un pigro impenitente, mentre altri lo vedono come un simbolo della virtù della pazienza. La sua attesa immobile, infatti, potrebbe essere letta come un atto di sottomissione alla volontà divina, un modo per accettare con saggezza i tempi imposti da Dio per la purificazione. Inoltre, emerge nel dialogo con Dante un tema fondamentale del Purgatorio: la possibilità di abbreviare le pene grazie alle preghiere dei vivi. Anche Belacqua, pur nella sua apparente indifferenza, manifesta il desiderio che un'orazione possa sollecitare la sua ascesa verso la redenzione.

La salita come allegoria morale
Il percorso di Dante e Virgilio sul monte del Purgatorio è una chiara allegoria del cammino verso la virtù. La salita, resa difficile dalla conformazione del terreno, simboleggia le sfide morali che l'anima deve affrontare per liberarsi dal peccato. Virgilio esorta Dante a non fermarsi e a perseverare, sottolineando che la salvezza si raggiunge solo con impegno e sacrificio. La scena richiama l'episodio dell'Inferno in cui i due poeti scalano la parete della VI bolgia, ma qui il messaggio è più consolante: una volta superate le difficoltà iniziali, il percorso diventa sempre più agevole, fino a trasformarsi in una camminata lieve verso la cima.

L'incontro con Belacqua, collocato in questa cornice di fatica e redenzione, rappresenta un momento di riflessione e pausa. Il tono ironico e confidenziale del personaggio riequilibra l'intensità filosofica della prima parte del Canto, ricordando al lettore che anche nella negligenza e nell'attesa si può scorgere una via verso la Grazia divina.


Passi Controversi


Il verso 15 indica che il sole ha percorso cinquanta gradi sopra l'orizzonte, il che corrisponde a circa tre ore e venti minuti dall'alba. Poiché in questa stagione il sole sorge intorno alle 6 del mattino, l'ora stimata è circa le 9:20. La "calla" menzionata al verso 22 sembra indicare più un'apertura nella roccia che un semplice sentiero.

I luoghi citati nei versi 25-26, come Sanleo, Noli, il Bismantova e il Cacume, sono tutti caratterizzati da monti difficili da scalare. Sanleo, situato vicino a San Marino, si erge su un colle ripido e scosceso; Noli è una cittadina della Liguria occidentale circondata da montagne di difficile accesso; il Bismantova, nell'Appennino emiliano, presenta pareti a strapiombo; il Cacume, parte dei Monti Lepini vicino Frosinone, è una cima impervia (in alcune versioni dei manoscritti è riportato "in cacume", che significa "sulla vetta", riferito al Bismantova).

Il termine "condotto" al verso 29 è probabilmente un sostantivo che si riferisce alla guida, cioè Virgilio, anche se alcuni lo interpretano come un participio, riferendosi a Dante: "io guidato dietro a quello...". L'espressione del verso 37, "nessun tuo passo caggia", potrebbe voler dire "nessun passo sia vano" oppure "nessun passo vada in discesa", un incoraggiamento a continuare l'ascesa.

Al verso 42 si sottolinea che la pendenza era superiore a 45 gradi: il quadrante, strumento astronomico con un arco graduato di un quarto di cerchio e una lista fissa al centro, viene utilizzato qui come metafora per descrivere la ripidità. Al verso 54, si può interpretare che volgere lo sguardo al cammino già percorso dia soddisfazione, ma anche che guardare il sole nascente (il levante) sia di buon auspicio.

L'"Aquilone" menzionato al verso 60 simboleggia il vento del nord; Dante osserva che, rivolto a est, ha il sole alla sinistra, cioè verso nord, come accade nell'emisfero australe, anziché a destra come avviene nell'emisfero boreale. I versi 61-66 alludono a un'ipotetica congiunzione tra la costellazione dei Gemelli (Castore e Polluce) e il sole. Se fosse il solstizio d'estate, Dante vedrebbe il sole, descritto come la parte dello Zodiaco illuminata dal suo bagliore, ruotare più vicino alle Orse, con una maggiore componente verso il nord.

Nei versi 71-72 si fa riferimento al mito di Fetonte, che, avendo ottenuto dal padre Apollo il permesso di guidare il carro del sole, non riuscì a controllarlo. Questo errore causò un incendio celeste (che diede origine alla Via Lattea), finché Giove non lo colpì con un fulmine, facendolo precipitare nell'Eridano, identificato con il Po.

Il "mezzo cerchio del moto superno" del verso 79 rappresenta il cerchio meridiano del Primo Mobile, coincidente con l'Equatore celeste. Infine, i versi 137-139 indicano che il sole si trova ora sul meridiano: è mezzogiorno. Nell'emisfero boreale, nel frattempo, la notte ha già raggiunto il Marocco, che simboleggia l'estremo occidente.

Fonti: libri scolastici superiori

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