Parafrasi e Analisi: "Canto VI" - Purgatorio - Divina Commedia - Dante Alighieri
1) Scheda dell'Opera
2) Introduzione
3) Testo e Parafrasi
4) Riassunto
5) Figure Retoriche
6) Personaggi Principali
7) Analisi ed Interpretazioni
8) Passi Controversi
Scheda dell'Opera
Autore: Dante Alighieri
Prima Edizione dell'Opera: 1321
Genere: Poema
Forma metrica: Costituita da tre versi di endecasillabi. Il primo e il terzo rimano tra loro, il secondo rima con il primo e il terzo della terzina successiva.
Introduzione
Il Canto VI del Purgatorio si apre in perfetta continuità con quello precedente, attraverso un elenco di anime che hanno subito una morte violenta. Questo elenco non solo facilita una transizione armoniosa tra i due canti, ma permette a Dante autore di introdurre il tema centrale dei versi che seguono. Analogamente ai Canti VI di Inferno e Paradiso, anche qui si affronta una questione politica. Dante rivolge l'attenzione all'Italia, descrivendone il caos politico e sociale, origine del clima di violenza che caratterizza l'inizio del Canto. Non è un caso che cinque dei sei personaggi citati siano toscani e il sesto appartenga all'ambiente di corte: la Toscana, regione con il più alto tasso di violenza nel Duecento, e le corti, luoghi di odio e invidia (come descritto nel Canto XIII dell'Inferno), rappresentano l'Italia frammentata e corrotta su cui Dante si scaglia nella seconda parte del Canto.
In questo contesto emerge Sordello da Goito, unica anima a intervenire nel Canto VI e simbolo, insieme a Dante, di valori perduti come l'amor di patria. La mancanza di questi ideali ha contribuito al caos politico e sociale descritto da Dante.
Testo e Parafrasi
| Quando si parte il gioco de la zara, colui che perde si riman dolente, repetendo le volte, e tristo impara; con l'altro se ne va tutta la gente; qual va dinanzi, e qual di dietro il prende, e qual dallato li si reca a mente; el non s'arresta, e questo e quello intende; a cui porge la man, più non fa pressa; e così da la calca si difende. Tal era io in quella turba spessa, volgendo a loro, e qua e là, la faccia, e promettendo mi sciogliea da essa. Quiv' era l'Aretin che da le braccia fiere di Ghin di Tacco ebbe la morte, e l'altro ch'annegò correndo in caccia. Quivi pregava con le mani sporte Federigo Novello, e quel da Pisa che fé parer lo buon Marzucco forte. Vidi conte Orso e l'anima divisa dal corpo suo per astio e per inveggia, com' e' dicea, non per colpa commisa; Pier da la Broccia dico; e qui proveggia, mentr' è di qua, la donna di Brabante, sì che però non sia di peggior greggia. Come libero fui da tutte quante quell' ombre che pregar pur ch'altri prieghi, sì che s'avacci lor divenir sante, io cominciai: «El par che tu mi nieghi, o luce mia, espresso in alcun testo che decreto del cielo orazion pieghi; e questa gente prega pur di questo: sarebbe dunque loro speme vana, o non m'è 'l detto tuo ben manifesto?». Ed elli a me: «La mia scrittura è piana; e la speranza di costor non falla, se ben si guarda con la mente sana; ché cima di giudicio non s'avvalla perché foco d'amor compia in un punto ciò che de' sodisfar chi qui s'astalla; e là dov' io fermai cotesto punto, non s'ammendava, per pregar, difetto, perché 'l priego da Dio era disgiunto. Veramente a così alto sospetto non ti fermar, se quella nol ti dice che lume fia tra 'l vero e lo 'ntelletto. Non so se 'ntendi: io dico di Beatrice; tu la vedrai di sopra, in su la vetta di questo monte, ridere e felice». E io: «Segnore, andiamo a maggior fretta, ché già non m'affatico come dianzi, e vedi omai che 'l poggio l'ombra getta». «Noi anderem con questo giorno innanzi», rispuose, «quanto più potremo omai; ma 'l fatto è d'altra forma che non stanzi. Prima che sie là sù, tornar vedrai colui che già si cuopre de la costa, sì che ' suoi raggi tu romper non fai. Ma vedi là un'anima che, posta sola soletta, inverso noi riguarda: quella ne 'nsegnerà la via più tosta». Venimmo a lei: o anima lombarda, come ti stavi altera e disdegnosa e nel mover de li occhi onesta e tarda! Ella non ci dicëa alcuna cosa, ma lasciavane gir, solo sguardando a guisa di leon quando si posa. Pur Virgilio si trasse a lei, pregando che ne mostrasse la miglior salita; e quella non rispuose al suo dimando, ma di nostro paese e de la vita ci 'nchiese; e 'l dolce duca incominciava «Mantüa...», e l'ombra, tutta in sé romita, surse ver' lui del loco ove pria stava, dicendo: «O Mantoano, io son Sordello de la tua terra!»; e l'un l'altro abbracciava. Ahi serva Italia, di dolore ostello, nave sanza nocchiere in gran tempesta, non donna di province, ma bordello! Quell' anima gentil fu così presta, sol per lo dolce suon de la sua terra, di fare al cittadin suo quivi festa; e ora in te non stanno sanza guerra li vivi tuoi, e l'un l'altro si rode di quei ch'un muro e una fossa serra. Cerca, misera, intorno da le prode le tue marine, e poi ti guarda in seno, s'alcuna parte in te di pace gode. Che val perché ti racconciasse il freno Iustinïano, se la sella è vòta? Sanz' esso fora la vergogna meno. Ahi gente che dovresti esser devota, e lasciar seder Cesare in la sella, se bene intendi ciò che Dio ti nota, guarda come esta fiera è fatta fella per non esser corretta da li sproni, poi che ponesti mano a la predella. O Alberto tedesco ch'abbandoni costei ch'è fatta indomita e selvaggia, e dovresti inforcar li suoi arcioni, giusto giudicio da le stelle caggia sovra 'l tuo sangue, e sia novo e aperto, tal che 'l tuo successor temenza n'aggia! Ch'avete tu e 'l tuo padre sofferto, per cupidigia di costà distretti, che 'l giardin de lo 'mperio sia diserto. Vieni a veder Montecchi e Cappelletti, Monaldi e Filippeschi, uom sanza cura: color già tristi, e questi con sospetti! Vien, crudel, vieni, e vedi la pressura d'i tuoi gentili, e cura lor magagne; e vedrai Santafior com' è oscura! Vieni a veder la tua Roma che piagne vedova e sola, e dì e notte chiama: «Cesare mio, perché non m'accompagne?». Vieni a veder la gente quanto s'ama! e se nulla di noi pietà ti move, a vergognar ti vien de la tua fama. E se licito m'è, o sommo Giove che fosti in terra per noi crucifisso, son li giusti occhi tuoi rivolti altrove? O è preparazion che ne l'abisso del tuo consiglio fai per alcun bene in tutto de l'accorger nostro scisso? Ché le città d'Italia tutte piene son di tiranni, e un Marcel diventa ogne villan che parteggiando viene. Fiorenza mia, ben puoi esser contenta di questa digression che non ti tocca, mercé del popol tuo che si argomenta. Molti han giustizia in cuore, e tardi scocca per non venir sanza consiglio a l'arco; ma il popol tuo l'ha in sommo de la bocca. Molti rifiutan lo comune incarco; ma il popol tuo solicito risponde sanza chiamare, e grida: «I' mi sobbarco!». Or ti fa lieta, ché tu hai ben onde: tu ricca, tu con pace e tu con senno! S'io dico 'l ver, l'effetto nol nasconde. Atene e Lacedemona, che fenno l'antiche leggi e furon sì civili, fecero al viver bene un picciol cenno verso di te, che fai tanto sottili provedimenti, ch'a mezzo novembre non giugne quel che tu d'ottobre fili. Quante volte, del tempo che rimembre, legge, moneta, officio e costume hai tu mutato, e rinovate membre! E se ben ti ricordi e vedi lume, vedrai te somigliante a quella inferma che non può trovar posa in su le piume, ma con dar volta suo dolore scherma. |
Quando finisce il gioco della zara, i giocatori si separano e chi ha perso rimane solo, pensieroso, a ripetere il lancio dei dadi, e la sconfitta gli offre una triste lezione; tutti gli spettatori si allontanano con l'altro, con il vincitore; c'è chi procede davanti a lui, chi gli sta addosso da dietro, e chi da lato cerca di farsi notare; il vincitore non si ferma ed ascolta tutti, questo e quello; quelli ai quali porge la mano con del denaro, smettono di infastidirlo; e così facendo si difende dalla calca. Così mi trovavo io in quella fitta folla di anime ostinate, volgendo lo sguardo ora da una ed ora dall'altra parte e facendo loro promesse me ne liberavo. C'era tra loro c'erano gli aretini Benincasa da Laterina, ucciso dalle braccia violente di Ghino di Tacco, e Guccio dei Tarlati, che annegò inseguendo i suoi nemici. Tra loro mi pregavano, tendendo le proprie mani , Federico Novello e Gano, originario di Pisa, che con la propria morte fece sì che suo padre Marzucco si mostrasse forte. Vidi tra loro il conte Orlo e quell'anima separata dal proprio corpo a causa dell' astio e dell'invidia, come era solito dire, e non per una sua colpa commessa; sto parlando di Pier de la Brosse; si curi perciò della propria anima, si penta, fintanto che è ancora viva, Maria di Brabante, così da non doversi trovare dopo all'Inferno, in una compagnia peggiore di questa. Non appena mi fui liberato da tutte quante quelle anime, che mi pregavano affinché altri pregassero per loro, così da poter accelerare la loro purificazione, cominciai a dire: "Mi sembra che tu neghi in un passo del tuo poema, o luce della mia mente, la possibilità che le preghiere possano piegare le decisioni divine; eppure queste anime mi hanno implorato proprio per questo: sarebbe quindi vana questa loro speranza, oppure non ho ben compreso ciò che volevi invece dire?" Mi rispose Virgilio: "Il passo del mio poema è chiaro; e queste anime non sperano inutilmente, se si valuta con il giusto criterio di giudizio, con la fede; perché l'alto giudizio divino non viene sminuito per il fatto che l'ardore dell'affetto ripaghi in un attimo il debito che devono a Dio le anime che si trovano qui; e nel brano in cui affermai quel concetto, dissi che non si poteva rimediare con le preghiere ad una colpa, perché a quel tempo le preghiere non erano in grazia di Dio, erano preghiere di uomini pagani. Però in un dubbio così profondo non devi bloccare la tua mente, se non ti dice di farlo colei che, illuminandola, renderà visibile la verità al tuo intelletto. Non so se mi capisci: sto parlando di Beatrice; più in alto la vedrai, raggiunta la vetta di questo monte, ridere per la felicità. Ed io a lui: "Mio signore, procediamo allora più velocemente, perché ormai non mi affatico più come prima, e vedi che il monte, oltrepassato dal sole, ormai comincia a proiettare al sua ombra." "Procederemo oltre con questa luce del giorno", mi rispose Virgilio, "fintanto che potremo; ma la situazione è ben diversa da quella che credi. Prima che riusciremo ad essere lassù, vedrai tornare nuovamente il sole, ora nascosto dal profilo del monte, così che non tu possa più fare ombra con il tuo corpo. Ma osserva quell'anima laggiù che, messa in disparte, sta guardando verso di noi: sarà lei ad indicarci la via più breve per raggiungere la cima." Andammo da lei: oh anima originaria della Lombardia, come stavi altezzosa e distaccata, maestosa e lenta nel muovere lo sguardo! Non pronunciava neanche una parola, ma ci lasciava avvicinare, limitandosi a guardarci, come fa il leone quando si riposa. Virgilio si avvicinò da solo all'anima, pregandola di indicarci la migliore strada per salire lungo il monte; quella non rispose alla sua domanda, ma ci chiese invece informazioni circa la nostra provenienza e la nostra condizione; la mia buona guida aveva appena incominciato a rispondere "Mantova.." che lo spirito, tutto solo, si alzò da dove si trovava per andargli incontro, dicendo: "O Mantovano, io sono Sordello e vengo dalla tua stessa città!"; e si abbracciarono l'un l'altro. Ahimè, serva Italia, sede di dolore, nave senza timoniere in un mare in tempesta, non signora dei popoli ma signora di bordello! Quell'anima nobile fu tanto rapida, solo per avere udito il dolce nome della propria città di origine, ad accogliere con affetto un suo concittadino; ed ora invece, sulla tua terra, i tuoi figli non riescono a stare senza farsi guerra, e si straziano l'un l'altro quelli che vivono dentro la stessa cinta di mura, mentre dovrebbero sentirsi per questo uniti. Povera Italia, guarda bene lungo le coste dei mari che ti bagnano, e poi anche nell'entroterra, se c'è una piccola parte di te che gode una condizione di pace. A che cosa è servito che Giustiniano ti sistemasse il freno, riordinando le tue leggi, se poi la sella rimane vuota? Senza quel freno la tua vergogna sarebbe almeno inferiore. Ahimè popolo italiano, che dovresti essere ubbidiente alle leggi, e lasciare sedere sulla sella il legittimo imperatore, se tu comprendessi bene quello che Dio ti comanda, guarda come questa cavalla è diventata ribelle per non essere stata domata con gli speroni, dal momento in cui hai messo mano alla briglia. O Alberto I d'Austria, che abbandoni questa giumenta, l'Italia, divenuta imbizzarrita e selvaggia, e dovresti al contrario inforcare il suo arcione, montarle in sella, prego affinché una giusta punizione cada dal cielo su di te e la tua discendenza, e sia una punizione straordinaria e pubblica, tale che il tuo successore ne sia spaventato! Perché tu e tuo padre, Rodolfo, avete permesso, distratti dalla desiderio sfrenato di fare conquiste in Germania, che il giardino dell'impero, l'Italia, venisse fatto inaridire, abbandonato. Vieni a vedere le famiglie dei Montecchi e dei Cappelletti, dei Monaldi e dei Filippeschi, tu, uomo senza riguardo: alcune già infelici per la sconfitta subita, altre con il timore di divenirlo! Vieni, uomo crudele, vieni e guarda come soffrono i tuoi vassalli, e poni rimedio ai loro errori, alle loro colpe; e vedrai quanto è decaduto il feudo di Santafiora! Vieni a vedere Roma piangere per la disperazione, abbandonata a sé stessa, e implorarti sia di giorno che di notte: "Mio imperatore, perché mi hai lasciata sola?" Vieni a vedere quanto si amano gli italiani! E se hai nessuna pietà nei nostri confronti, vieni almeno a provare vergogna per la fama che ti sei costruito. E se mi è lecito chiederlo, Gesù, che sei stato crocifisso in terra per la nostra salvezza, perché non intervieni? Il tuo sguardo pieno di giustizia è rivolto altrove? Oppure è una prova per prepararci, secondo la tua irraggiungibile mente divina, ad un bene sconosciuto, totalmente fuori dalla nostra capacità di comprensione? Dal momento che tutte le città d'Italia sono ormai piene di Tiranni, e viene visto come un possibile salvatore della patria qualunque rozzo contadino che si schieri per una causa. Firenze mia, a buon ragione puoi essere contenta che questa mia divagazione non ti riguardi, grazie ai tuoi cittadini, che tanto ragionano. Il senso di giustizia ha fatto radici nell'animo di molti stranieri, ma si manifesta tardi, per non voler parlare senza aver ricevuto consiglio; i tuoi cittadini la giustizia ce l'hanno invece già in bocca. Molti stranieri rifiutano cariche pubbliche; i tuoi cittadini invece rispondono all'istante, senza bisogno che vengano loro proposte, e gridano: "Io me ne prendo carico!" Sentiti perciò contenta perché ne hai tutte le ragioni: sei ricca, sei in pace e governata con saggezza! Se quello che dico è vero, i fatti non mi possono smentire. Le città di Atene e Sparta, che istituirono le prime antiche leggi e furono tanto civilizzate, diedero un piccolo esempio di buona convivenza sociale rispetto a quello che fai tu, che prendi provvedimenti di una intelligenza tanto sottile che ciò che hai stabilito ad Ottobre non dura fino a metà Novembre. Quante volte, per quanto la memoria ci consenta di ricordare, hai cambiato leggi, monete, incarichi ed abitudini, ed hai rinnovato i tuoi cittadini! E sei hai buona memoria ed un poco di intelletto, vedrai quanto tu assomigli ad una donna malata, che non riesce a trovare la giusta posizione su di un letto di piume, ma si rigira continuamente per cercare di alleviare il proprio dolore. |
Riassunto
Versi 1-57
Dante si allontana dalle anime di coloro che hanno trovato una morte violenta, le quali lo circondano implorando suffragi. Una volta libero dalla loro insistenza, espone a Virgilio un dubbio che lo tormenta: nell'Eneide si legge chiaramente che le preghiere non possono modificare la Volontà divina. È quindi vana la speranza di queste anime? Virgilio chiarisce che le preghiere, quando dettate dalla carità più sincera, possono ridurre la durata della pena, ma non mutano il giudizio divino. Aggiunge inoltre che, nell'Eneide, la preghiera non poteva purificare la colpa poiché proveniva da un'anima pagana, lontana dalla grazia di Dio. Infine, suggerisce a Dante di approfondire la questione con Beatrice, che incontrerà al culmine del monte del Purgatorio.
Versi 58-75
Virgilio indica a Dante un'anima solitaria, capace di mostrare loro la via più breve per salire. Tuttavia, lo spirito non risponde subito alla domanda, chiedendo invece chi siano e da dove provengano. Non appena Virgilio pronuncia il nome di "Mantova", l'anima – che si presenta come Sordello da Goito, anch'esso mantovano – si slancia per abbracciare l'autore dell'Eneide con affetto.
Versi 76-126
Riflettendo su questa scena e sul legame generato dall'essere concittadini, Dante autore si abbandona a una vibrante invettiva contro l'Italia, divisa e tormentata da conflitti. Denuncia la mancanza di pace e accusa coloro che dovrebbero governarla di averla abbandonata. Il rimprovero è rivolto in particolare ad Alberto d'Austria, colpevole di aver trascurato il Paese, e agli ecclesiastici, che hanno abusato della situazione per ottenere un potere temporale che non spetta loro.
Versi 127-151
Dante autore si rivolge poi a Firenze, osservando con ironia come la città possa sentirsi esente da questa critica. In realtà, utilizza il sarcasmo per mettere in evidenza i mali che la affliggono, tra cui la mancanza di giustizia e i continui cambiamenti nella sfera politica e sociale.
Figure Retoriche
v. 9: "E così da la calca si difende": Iperbato.
vv. 10-12: "Tal era io in quella turba spessa, volgendo a loro, e qua e là, la faccia, e promettendo mi sciogliea da essa": Similitudine.
vv. 12-13: "Le braccia / fiere": Enjambement.
vv. 19-20: "E l'anima divisa / dal corpo suo": Enjambement.
v. 20: "Dal corpo suo": Anastrofe.
v. 25: "Libero fui": Anastrofe.
vv. 25-26: "Da tutte quante / quell'ombre": Enjambement.
v. 29: "O luce mia": Perifrasi. Per indicare la sua guida, il suo maestro Virgilio.
vv. 44-45: "Se quella nol ti dice che lume fia tra 'l vero e lo 'ntelletto": Perifrasi. Per indicare Beatrice.
v. 48: "In su la vetta / di questo monte": Enjambement.
v. 48: "Ridere e felice": Endiadi.
v. 51: "L'ombra getta": Anastrofe.
vv. 58-59: "Posta / sola soletta": Enjambement.
v. 62: "Altera e disdegnosa": Endiadi.
v. 63: "Onesta e tarda": Endiadi.
v. 66: "Ma lasciavane gir, solo sguardando a guisa di leon quando si posa": Similitudine.
v. 76: "Ahi serva Italia": Apostrofe.
v. 84: "Di quei ch'un muro e una fossa serra": Perifrasi.
vv. 85-86: "Da le prode le tue marine": Enjambement.
v. 86: "E poi ti guarda in seno": Metafora.
v. 91: "Ahi gente che dovresti esser devota": Apostrofe. Riferito alla gente di Chiesa.
v. 92: "E lasciar seder cesare in la sella": Metafora.
v. 95: "Per non esser corretta da li sproni": Metafora.
v. 96: "Poi che ponesti mano a la predella": Metafora.
v. 96: "La predella": Sineddoche. La parte per il tutto.
v. 97: "O Alberto tedesco": Apostrofe.
vv. 97-98: "Ch'abbandoni / costei": Enjambement.
v. 98: "Indomita e selvaggia": Endiadi.
v. 99: "E dovresti inforcar li suoi arcioni": Metafora. S'intende "governare l'Italia".
v. 99: "Arcioni": Sineddoche. La parte per il tutto, per indicare la sella.
vv. 100-101: "Da le stelle caggia / sovra 'l tuo sangue": Enjambement.
v. 102: "Temenza n'aggia": Anastrofe.
v. 105: "Che 'l giardin de lo 'mperio sia diserto": Metafora.
v. 106, v. 109, v. 112, v. 115: "Vieni/Vien": Anafora.
vv. 109-110: "La pressura / d'i tuoi gentili": Enjambement.
v. 113: "Vedova e sola": Endiadi.
v. 118: "O sommo Giove": Perifrasi. Per indicare Cristo.
vv. 121-122: "L'abisso / del tuo consiglio": Enjambement.
vv. 124-125: "Tutte piene / son di tiranni": Enjambement.
v. 127: "Fiorenza mia": Apostrofe.
v. 130: "Molti han giustizia in cuore, e tardi scocca": Metafora. Per indicare la giustizia d'animo che viene manifestata.
v. 132: "Per non venir sanza consiglio a l'arco": Metafora.
vv. 134-135: "Risponde sanza chiamare": Enjambement.
v. 139: "Che fenno / l'antiche leggi": Enjambement.
v. 139: "Atene e Lacedemona": Metonimia. Per indicare i legislatori delle due città greche, Licurgo e Solone.
vv. 142-143: "Sottili / provedimenti": Enjambement.
vv. 149-151: "Vedrai te somigliante a quella inferma che non può trovar posa in su le piume, ma con dar volta suo dolore scherma": Similitudine.
Personaggi Principali
Sordello da Goito, nato tra la fine del XII e l'inizio del XIII secolo a Goito, vicino Mantova, è stato uno dei più celebri poeti in lingua provenzale dell'Italia settentrionale. Durante la giovinezza, pare abbia lavorato come giullare. Trascorse un breve periodo, tra il 1220 e il 1221, alla corte di Azzo VII d'Este a Ferrara, dove mosse i primi passi nell'arte poetica. In seguito si trasferì a Verona, presso la corte di Rizzardo di San Bonifacio. Qui, nel 1226, su incarico di Ezzelino III da Romano, rapì Vunizza, la moglie di Rizzardo. Poco dopo sposò in segreto Otta di Strasso, un matrimonio che incontrò l'opposizione della famiglia della donna. Questa situazione lo spinse probabilmente a lasciare l'Italia nel 1229. Dopo aver viaggiato in Spagna e Portogallo, nel 1233 si stabilì in Provenza, entrando al servizio del conte Raimondo Berengario IV.
In questo periodo compose gran parte delle sue opere più famose: liriche che trattano temi politici e amorosi, il poemetto didascalico Ensenhamen d'onor, incentrato su principi di virtù e onore, e il Compianto in morte di ser Blacatz, il suo planh più noto. In quest'ultimo, con tono polemico, Sordello invita i principi del tempo – incluso l'imperatore Federico II – a nutrirsi simbolicamente del cuore del defunto nobile per acquisire le virtù che essi non possiedono.
Alla morte di Raimondo Berengario IV, Sordello entrò al servizio di Carlo d'Angiò, erede del conte. Tornò in Italia nel 1265 al seguito di Carlo e, nel 1269, ricevette in dono alcuni feudi in Abruzzo, dove si presume sia morto nello stesso anno. Non esistono fonti anteriori a Dante che confermino la possibilità che sia stato assassinato.
Nel Canto VI del Purgatorio, Dante lo rappresenta in modo emblematico. Il suo scenografico abbraccio con Virgilio introduce la celebre invettiva dantesca contro l'Italia e Firenze, tema centrale del canto. Sordello viene descritto in netto contrasto con il caos iniziale della scena: isolato, immerso in una solenne solitudine. Il suo comportamento austero e magnanimo richiama la figura di Farinata nel Canto X dell'Inferno. Dante lo dipinge come un personaggio esemplare, capace di giudicare con rigore i potenti del suo tempo, e come un nostalgico custode dei valori del passato: la cortesia, l'amore per la patria e la nobiltà d'animo.
Curiosità
Sebbene talvolta sia stato considerato un semplice giullare, Dante ne restituisce un'immagine austera e nobile, evidenziandone la profondità e il rigore morale.
Analisi ed Interpretazioni
Il Canto VI del Purgatorio di Dante si presenta come un potente componimento politico, seguendo un filo conduttore che attraversa anche il Canto VI dell'Inferno, incentrato su Firenze, e il Canto VI del Paradiso, dedicato all'Impero. Questo progressivo ampliamento del campo di analisi politica, dalla città di Dante alla dimensione universale dell'Europa cristiana, si sviluppa attraverso una serie di invettive e riflessioni sulla condizione dell'Italia del Trecento.
Dante paragona l'Italia a una schiava, priva di libertà e lacerata da conflitti interni. La sua critica si rivolge in primo luogo agli italiani, colpevoli di perpetuare divisioni intestine, e successivamente alla Chiesa e all'imperatore Alberto d'Asburgo, accusati di aver abbandonato la penisola a sé stessa. Firenze diviene l'esemplificazione massima di questa instabilità politica, con i suoi cittadini costantemente impegnati in lotte di fazione e privi di una guida capace di garantire pace e giustizia.
Secondo Dante, l'assenza di un potere centrale – rappresentato dall'Impero – costituisce la causa principale delle divisioni italiane. L'imperatore, che dovrebbe governare a Roma per assicurare l'ordine, è invece assente, lasciando l'Italia in balia delle ambizioni espansionistiche delle Signorie e delle interferenze della Chiesa. L'immagine dell'Italia come un cavallo selvaggio senza cavaliere sottolinea l'urgenza di un'autorità capace di domare il caos politico. Questa visione universale del potere è coerente con quanto espresso da Dante nella Monarchia e nel Convivio, dove il governo temporale è descritto come garante del rispetto delle leggi.
Nel mezzo di questo contesto politico, il tema della preghiera assume un ruolo cruciale. Le anime del Purgatorio chiedono a Dante di trasmettere ai vivi l'invito a pregare per loro, poiché i suffragi dei vivi, purché in Grazia di Dio, possono ridurre la durata delle pene. Virgilio spiega a Dante che le preghiere non mutano la sentenza divina, ma incidono sul tempo di espiazione. Questa precisazione si contrappone alla concezione espressa nell'Eneide, dove la preghiera di Palinuro non poteva essere esaudita perché rivolta a divinità pagane. Dante utilizza questa spiegazione per sottolineare la differenza tra la giustizia divina e quella umana e per criticare la Chiesa, accusata di sfruttare economicamente il dolore dei fedeli attraverso i suffragi.
Il Canto VI si collega strettamente al successivo, formando un dittico in cui emerge la figura di Sordello. Questo poeta lombardo, noto per le sue invettive contro i principi del suo tempo, diviene l'interlocutore ideale per Dante, che attraverso di lui lancia una violenta accusa contro l'Italia. L'incontro con Sordello è significativo: inizialmente regale e distaccato, il trovatore si scioglie in un abbraccio affettuoso appena scopre che Virgilio è suo concittadino, un gesto che enfatizza il contrasto con l'Italia contemporanea, devastata da conflitti anche all'interno delle stesse città.
Dante dedica l'ultima parte del Canto a un'amara invettiva contro Firenze, emblema dell'instabilità politica. La città è descritta come un luogo in cui le leggi sono effimere e i cittadini si contendono il potere con metodi corrotti. Firenze, paragonata a una malata che si agita senza trovare pace, diventa il simbolo della degenerazione politica e morale dell'Italia, un tema che pervade l'intera Commedia.
Nel complesso, il Canto VI del Purgatorio rappresenta un atto di accusa contro il disordine politico e morale del Trecento, attribuito all'avidità, alla corruzione ecclesiastica e alla mancanza di una guida imperiale forte. La visione di Dante è quella di un'Italia che, pur ricca di potenzialità, rimane vittima di divisioni interne e di un'autorà incapace di esercitare il proprio ruolo di garante della giustizia e della pace.
Passi Controversi
La zara (v. 1), termine derivato dall'arabo zahr che significa «dado», era un passatempo simile alla morra, molto popolare nell'Oriente bizantino. Si giocava in due, lanciando tre dadi su un tavolo. L'espressione repetendo le volte (v. 3) potrebbe riferirsi al fatto che il perdente tenta nuovamente i lanci o che ripensa all'andamento del gioco.
Il verso correndo in caccia (v. 15) si presta a diverse interpretazioni: potrebbe significare «inseguendo» o, al contrario, «essendo inseguito», lasciando un margine di ambiguità. I versi 17-18 sembrano fare riferimento al padre di Gano (o Farinata), Marzucco, che, secondo la tradizione, partecipò al funerale del figlio senza versare lacrime.
Il termine inveggia (v. 20), traducibile con «invidia», deriva dal provenzale enveja. Alcuni manoscritti riportano al v. 48 la variante ridente e felice, ma si tratta di una lezione incerta; il verbo ridere è legato a vedrai e si riferisce a Beatrice.
L'immagine dell'Italia come una nave priva di timoniere (v. 77) viene ripresa anche nel Convivio (IV, 4), dove Dante identifica il nocchiero nell'imperatore. L'espressione donna di province (v. 78) si traduce come «signora delle province» e richiama il ruolo centrale dell'Italia nell'antico Impero romano.
Al v. 93 (ciò che Dio ti nota), Dante probabilmente si rifà al passo evangelico di Matteo 22, 21 (Date dunque a Cesare ciò che è di Cesare e a Dio ciò che è di Dio), richiamando la separazione tra autorità temporale e spirituale. Qui, la gente devota sarebbe il clero.
Il v. 96 suggerisce che gli Italiani (o la Chiesa) impediscano all'imperatore di governare, tenendo il cavallo per la briglia e ostacolando il suo controllo sull'Italia.
Le famiglie dei Montecchi e dei Cappelletti (v. 106), rispettivamente ghibellina di Verona e guelfa di Cremona, erano già in rovina (già tristi), mentre quelle dei Monaldi e dei Filippeschi (v. 107) di Orvieto, una guelfa e l'altra ghibellina, vivevano nell'incertezza del futuro (con sospetti).
Al v. 110, i gentili rappresentano i feudatari dell'Impero, vittime o artefici di soprusi, i cui problemi (magagne) dovrebbero essere affrontati da Alberto d'Asburgo. Tra gli esempi di decadenza feudale, si cita la contea di Santafior.
Il Marcel menzionato al v. 125 potrebbe essere Gaio Claudio Marcello, nemico di Cesare, o Marco Claudio Marcello, conquistatore di Siracusa. Dante allude al fatto che chiunque guidi una fazione politica si atteggia a ribelle all'Impero o a salvatore della patria, due interpretazioni che possono coesistere.
Infine, l'espressione se... vedi lume (v. 148) può essere intesa come «se riesci a vedere chiaramente».
Fonti: libri scolastici superiori

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